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Elenco completo di Cinema
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Manuali di script 167
Di Lorenzo Hendel. Prefazione di Carlo Lucarelli
Strutture narrative e esperienze produttive per raccontare la realtà
18.00 €
Manuali di script 160
Di Delia Salvi
Tutto quello che registi e attori devono sapere per lavorare bene assieme
19.00 €
Manuali di script 158/1
Di David Howard
Ideare una storia e scriverne i fondamentali
18.00 €
Manuali di script 158/2
Di David Howard
Utilizzare le strutture drammaturgiche, dalle classiche a quelle oltre le regole
15.00 €
Manuali di script 156
Di William Esper. A cura di Damon DiMarco. Prefazione di David Mamet. Traduzione di Valeria Brucoli
Il racconto quotidiano della formazione con la Tecnica Meisner
19.50 €
Manuali di script 154/2
Di Elisabetta Antico, Paola Romoli Venturi
Gli spazi e i materiali
16.00 €
Manuali di script 154/1
Di Elisabetta Antico, Paola Romoli Venturi. Prefazione di Marco Tullio Giordana
Il lavoro del costumista
14.00 €
Manuali di script 153
Di Luigi Forlai, Claudio Maccari
Venti elementi per strutturare film, format, serie web e tv
15.00 €
Manuali di script 151
Di Giovanni Covini
Analisi dei meccanismi profondi che rendono grandi i personaggi e le storie
18.00 €
Manuali di script 150
Di Franco Fraternale
Come scrivere una scena
18.00 €
Manuali di script 149
Di Myrl A. Schreibman. A cura di Guido Fiandra. Traduzione di Roberto De Buoi
Dallo spoglio dello script alla postproduzione: un cult book dell’UCLA
20.00 €
Manuali di script 146
Di Noël Carroll. Traduzione di Jusi Loreti
Dalle teorie del primo Novecento all'estetica del cinema dei nostri giorni
20.00 €
Manuali di script 143
Di Billy Mernit. Prefazione di Michele Abatantuono
16.00 €
Manuali di script 139
Di Ari Hiltunen. Prefazione di Christopher Vogler
Ovvero come creare i meccanismi emotivi che coinvolgono il grande pubblico.
15.00 €
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Manuali di script 138
Di Maureen Murdock. Traduzione di Melania Romanelli
La risposta femminile al viaggio dell’eroe
18.00 €
Manuali di script 137
A cura di Achille Corea, Fulvio Di Meo, Claudio Maccari
Antologia ad uso di cinefili, cinofili e gente normale, ma anche diversa
15.00 €
Manuali di script 135
Di Arcangelo Mazzoleni
Il movimento che ha rivoluzionato la sintassi del cinema esaltando la funzione del montaggio e prefigurando i linguaggi della post-modernità
16.00 €
Manuali di script 132
Di Lajos Egri. Traduzione di Valeria Brucoli
Creare e scrivere caratteri di grande spessore e forte impatto emotivo
15.00 €
Manuali di script 130
Di Andrea Balzola, Riccardo Pesce
Arte e tecnica tra lo script e il set
18.00 €
Manuali di script 128
Di John Truby
I ventidue passi che strutturano un grande script
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Di Riccardo La Barbera
I principi della teoria musicale e la pratica per iniziare a suonare
10.00 €
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disponibile dal 0/10/2014
I principi della teoria musicale e la pratica per iniziare a suonare
Di Michael Caine
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Il grande Simenon
04/09/2014 -

Cari amici,
leggendo "L'età del romanzo" di Georges Simenon, siamo stati colpiti dal seguente brano. E abbiamo deciso di condividerlo con voi:

 

Rivedo Colette, la grande Colette, che allora era direttrice letteraria del Martin, e alla quale portai i miei primi racconti.

«Vedi, ragazzo mio, è troppo letterario, veramente troppo letterario».

Adorabile Colette che ha trovato questo meraviglioso eufemismo! Letterario, significava che era pretenzioso, insopportabilmente pretenzioso.

Avevo l’ambizione, insomma, di racchiudere il mondo ancora palpitante in un racconto di una colonna e mezza e sarei stato indignato se mi avessero fatto notare che il pubblico chiedeva semplicemente che gli si raccontasse una storia. Una storia, figuratevi! Abbassarmi a raccontare una storia! Mentre avevo un universo in me ed era quell’universo che volevo esprimere!

Tornavo ogni settimana al Martin con nuovi racconti, e Colette non si stancava.

«Ancora troppo letterario, ragazzo mio... Occorre mettersi alla portata del pubblico... Un giornale si legge nell’autobus, nella metropolitana... Il lettore non ha tempo per digerire la grande letteratura...».

Recentemente ho ritrovato, in un dossier che recava la scritta “Rifiutati”, i racconti che avevo l’incoscienza di sottoporre a quella donna meravigliosa e solo in quel momento ho capito quanto era stata meravigliosa.

E poi il miracolo è avvenuto: ho finito per capire. Ci ho impiegato mesi e mesi.

«Ancora un po’ troppo letteratura, ragazzo mio... una storia! Racconta semplicemente una storia... Il resto verrà in sovrappiù...».

Il giorno in cui ho capito, ho smesso di andare al Martin perché mi vergognavo, e ho rivisto Colette, da amica, solo molti anni dopo. Dovevo imparare a raccontare una storia.

 

Quell’apprendistato è durato dieci anni e non sono affatto sicuro che a quest’ora sia del tutto concluso.

Raccontare storie, cioè vite di uomini... In altri termini, fare rivivere degli uomini, racchiudere quanto possibile di umano nelle duecento o cinquecento pagine di un libro... Più invecchio, più scrivo, e più mi rendo conto di quanto ciò sia presuntuoso. Così presuntuoso che ho trovato solo una parola – non scambiatele assolutamente per un blasfemo – solo una parola, dicevo, per esprimere il mio pensiero:

«Il romanziere perfetto dovrebbe essere una sorta di Padre Eterno...».

Creare degli uomini... portare di peso un mondo... Un personaggio di Balzac, di Dickens, di Poe, di Dostoevskij non è forse reale quanto quelli che si incontrano per strada?

Non vi è forse meglio nota Madame Bovary della più intima delle vostre amiche?

E tuttavia Colette mi diceva:

«Soprattuto niente letteratura!».

E aveva ragione.

Raccontare una storia, innanzitutto, semplicemente, con l’applicazione dell’ebanista davanti al banco di lavoro. Il miracolo sarebbe avvenuto oppure no, il resto mi sarebbe stato dato oppure no in sovrappiù. Ero così umile, all’improvviso, dopo essere stato così orgoglioso, che scelsi per raccontare le mie storie, la gente più semplice.

Una mattina comprai in edicola tutto ciò che potei trovare quanto a romanzi popolari, romanzi d’appendice a buon mercato. Ne esisteva in quell’epoca una quantità incredibile, e di tutti i tipi. C’era il romanzo per la sartina e il romanzo per la dattilografa, il dramma spaventoso per le portinaie e le storie all’acqua di rosa per le giovani pallide. C’erano anche i romanzi d’avventura per ragazzini, le storie d’Indiani, di bucanieri o di pirati, i banditi senza scrupoli e i ladri gentiluomini. Scoprivo una vera industria con un numero considerevole di prodotti ben determinati, standardizzati, come diremmo oggi, dal piccolo periodico di poche pagine, da venticinque centesimi, fino al grosso romanzo popolare, dalle righe fitte, stampato su carta ruvida, da un franco e novantacinque.

Questa gamma di prodotti, imparai a fabbricarla cominciando dal più umile, il romanzo che la sartina si mette in borsetta e che la fa piangere, fino alla storia patetica che occupa per sei mesi l’ultima pagina del quotidiano. Non me ne vergogno più oggi. Al contrario. Vi confesso che quell’epoca è probabilmente quella della mia vita che ricorderò con più tenerezza, persino con nostalgia. Certamente, in quel momento, non mi vantavo delle mie opere che firmavo con sedici diversi pseudonimi. E avevo bisogno, per camminare a testa alta, di ripetermi che Balzac e alcuni altri avevano iniziato allo stesso modo. La modestia ci viene solo con l’età ed è probabilmente giusto che sia così.

Ero un fabbricante, un artigiano. Come un artigiano, passavo ogni settimana a prendere le ordinazioni presso quegli industriali che sono gli editori di romanzi popolari. E come un artigiano, finivo per calcolare la mia tariffa secondo il rendimento orario.

«Ecco, mi dicevo, posso, a macchina, scrivere ottanta pagine al giorno lavorando otto ore. Ossia tre giorni per un romanzo d’avventura di diecimila righe, a millecinquecento franchi, sei giorni per un romanzo d’amore di ventimila righe a tremila franchi...».

E programmavo il mio bilancio. Con tot migliaia di righe all’anno, ossia tot ore di lavoro, mi potevo fare la macchina. Superate le tot ore, era la barca di cui avevo una voglia pazza, la crociera, le strade del mondo si aprivano per me.

Questo è uno degli aspetti della questione. Volevo vivere, capite. Non per me, per semplice appetito di vita, ma perchè mi rendevo conto che solo ciò che si è vissuto in prima persona può essere trasmesso agli altri mediante la letteratura. Dovevo conoscere il mondo in tutti i modi, orizzontalmente e verticalmente, intendo conoscerlo nella sua estensione, prendere contatto con i paesi e le razze, con i climi e i costumi, ma anche penetrarlo verticalmente, ossia avere accesso ai vari strati sociali, essere a mio agio tanto in una piccola osteria di pescatori che in una fiera del bestiame o nel salotto di un banchiere.

E, a proposito di banchieri, permettetemi di ricordare un motto – forse abbastanza ingenuo anch’esso – che dicevo in quell’epoca:

«Non troverete banchieri nei miei libri che quando avrò preso l’uovo à la coque della mattina con uno di loro».

Vivere, lo ripeto, vivere intensamente.

Vivere per, più tardi, impastare altra vita.

Vivere per raccontare delle storie.