Il danzatore attore

A cura di Concetta Lo Iacono

Il danzatore attore

da Noverre a Pina Bausch


Ricerche 16
Uscito il 05/07
192 pagine
Isbn: 978-88-7527-025-4
Aree: Teatro

 


 


 


 


 


“Danzatore” e “attore” sono termini che evocano tradizioni e istituzioni teatrali, culture e contesti diversi. Individuando momenti storici di particolare rilievo – dal ballet d’action di Noverre al Tanztheater di Pina Bausch – si pone la questione della separazione fra teatro e danza, accogliendo la sfida di artisti nella ricerca ancora viva di “ciò che muove gli uomini e non il modo in cui si muovono”. Partendo dalle premesse del bel danzare e dell’imitazione della natura nel XVIII secolo e della pantomima nel balletto ottocentesco, si sottolineano accanto a stili e codici il gesto e l’espressione. Nel panorama europeo del Novecento – dove si intrecciano ricerche ed esperienze tra movimento e azione – si evidenzia la centralità del pensiero-in-movimento di Laban e la trascendenza di Nižinskij. Questa antologia, suddivisa in quattro parti, alterna studi storici e teorici a biografie e interviste, in una rilettura destinata non solo agli studenti universitari e ai danzatori ma a coloro che intendono confrontarsi con una delle tematiche scottanti nel mondo del teatro. Testi di: Barba, Barrault, Bausch, Carandini, Casini Ropa, D’Adamo, d’Amico, Delsarte, Decroux, De Marinis, Di Meco, Foster, Grotowski, Jooss, Laban, Lo Iacono, Mallarmé, Mariti, Mejerchol’d, Noverre, Pontremoli, Ruffini, Savarese, Schlicher, Taviani, Valentini, Vista, Wigman.


Concetta Lo Iacono, docente di Storia della Danza e del Mimo presso il Dams dell’Università degli Studi Roma Tre, ha insegnato anche all’Accademia Nazionale di Danza e all’Università di Bologna (Laurea Specialistica in Discipline Teatrali). Studiosa di stili e tecniche, ha pubblicato saggi sul teatro di danza dell’Ottocento e sui rapporti culturali tra Italia e Russia.

Indice


Introduzione di Concetta Lo Iacono;


Parte Prima: Radici. La tradizione occidentale Susan Leigh Foster. Dipingere gli stati dell’anima Nicola Savarese. Pantomimus Jean-Georges Noverre. Dalle Lettere sulla danza Flavia Valentini. Noverre: biografia di una rivoluzione Concetta Lo Iacono. «La verità nell’arte». Virginia Zucchi in Russia;


Parte Seconda: Corpo, mente, anima Luciano Mariti. Tra scienza dell’uomo e scienza dell’attore Eugenia Casini Ropa. Nota su François Delsarte François Delsarte. Lo spirito e il corpo Marco De Marinis. «La poesia delle braccia e delle gambe» Étienne Decroux. Che cos’è la danza se non è mimo? Jean-Louis Barrault. Sul gesto Stéphane Mallarmé. Il segno che è;


Parte Terza: Gesto, movimento, azione Silvia Carandini. Il laboratorio del nuovo Vsevolod Mejerchol’d. Sull’economia di movimenti Rudolf Laban. Pensare-in-movimento Eugenia Casini Ropa. Nota su Rudolf Laban Mary Wigman. Il danzatore e il teatro Kurt Jooss. Il gesto essenziale Eugenia Casini Ropa. Laudatio Pina Bausch Pina Bausch. «Dance, dance, otherwise we are lost» Susanne Schlicher. «Ciò che muove gli esseri umani, non tanto il modo in cui si muovono» Eugenio Barba. Princìpi che ritornano;


Parte Quarta: Danza senza aggettivi Alessandro Pontremoli. Corpo e conoscenza: la prospettiva del pensiero fenomenologico Concetta Lo Iacono. Nizˇinskij, La variazione creativa Ada D’Adamo. «L’atto del sentire», Le sacre du printemps Jerzy Grotowski. L’uomo interiore Francesca Beatrice Vista. Dominique Mercy: il divenire del danzattore nel Wuppertal Tanztheater Azzurra Di Meco. David Toole. Un’estetica antagonista Franco Ruffini. “Corpo-in-vita”.


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04/09/2014 -

Cari amici,
leggendo "L'età del romanzo" di Georges Simenon, siamo stati colpiti dal seguente brano. E abbiamo deciso di condividerlo con voi:

 

Rivedo Colette, la grande Colette, che allora era direttrice letteraria del Martin, e alla quale portai i miei primi racconti.

«Vedi, ragazzo mio, è troppo letterario, veramente troppo letterario».

Adorabile Colette che ha trovato questo meraviglioso eufemismo! Letterario, significava che era pretenzioso, insopportabilmente pretenzioso.

Avevo l’ambizione, insomma, di racchiudere il mondo ancora palpitante in un racconto di una colonna e mezza e sarei stato indignato se mi avessero fatto notare che il pubblico chiedeva semplicemente che gli si raccontasse una storia. Una storia, figuratevi! Abbassarmi a raccontare una storia! Mentre avevo un universo in me ed era quell’universo che volevo esprimere!

Tornavo ogni settimana al Martin con nuovi racconti, e Colette non si stancava.

«Ancora troppo letterario, ragazzo mio... Occorre mettersi alla portata del pubblico... Un giornale si legge nell’autobus, nella metropolitana... Il lettore non ha tempo per digerire la grande letteratura...».

Recentemente ho ritrovato, in un dossier che recava la scritta “Rifiutati”, i racconti che avevo l’incoscienza di sottoporre a quella donna meravigliosa e solo in quel momento ho capito quanto era stata meravigliosa.

E poi il miracolo è avvenuto: ho finito per capire. Ci ho impiegato mesi e mesi.

«Ancora un po’ troppo letteratura, ragazzo mio... una storia! Racconta semplicemente una storia... Il resto verrà in sovrappiù...».

Il giorno in cui ho capito, ho smesso di andare al Martin perché mi vergognavo, e ho rivisto Colette, da amica, solo molti anni dopo. Dovevo imparare a raccontare una storia.

 

Quell’apprendistato è durato dieci anni e non sono affatto sicuro che a quest’ora sia del tutto concluso.

Raccontare storie, cioè vite di uomini... In altri termini, fare rivivere degli uomini, racchiudere quanto possibile di umano nelle duecento o cinquecento pagine di un libro... Più invecchio, più scrivo, e più mi rendo conto di quanto ciò sia presuntuoso. Così presuntuoso che ho trovato solo una parola – non scambiatele assolutamente per un blasfemo – solo una parola, dicevo, per esprimere il mio pensiero:

«Il romanziere perfetto dovrebbe essere una sorta di Padre Eterno...».

Creare degli uomini... portare di peso un mondo... Un personaggio di Balzac, di Dickens, di Poe, di Dostoevskij non è forse reale quanto quelli che si incontrano per strada?

Non vi è forse meglio nota Madame Bovary della più intima delle vostre amiche?

E tuttavia Colette mi diceva:

«Soprattuto niente letteratura!».

E aveva ragione.

Raccontare una storia, innanzitutto, semplicemente, con l’applicazione dell’ebanista davanti al banco di lavoro. Il miracolo sarebbe avvenuto oppure no, il resto mi sarebbe stato dato oppure no in sovrappiù. Ero così umile, all’improvviso, dopo essere stato così orgoglioso, che scelsi per raccontare le mie storie, la gente più semplice.

Una mattina comprai in edicola tutto ciò che potei trovare quanto a romanzi popolari, romanzi d’appendice a buon mercato. Ne esisteva in quell’epoca una quantità incredibile, e di tutti i tipi. C’era il romanzo per la sartina e il romanzo per la dattilografa, il dramma spaventoso per le portinaie e le storie all’acqua di rosa per le giovani pallide. C’erano anche i romanzi d’avventura per ragazzini, le storie d’Indiani, di bucanieri o di pirati, i banditi senza scrupoli e i ladri gentiluomini. Scoprivo una vera industria con un numero considerevole di prodotti ben determinati, standardizzati, come diremmo oggi, dal piccolo periodico di poche pagine, da venticinque centesimi, fino al grosso romanzo popolare, dalle righe fitte, stampato su carta ruvida, da un franco e novantacinque.

Questa gamma di prodotti, imparai a fabbricarla cominciando dal più umile, il romanzo che la sartina si mette in borsetta e che la fa piangere, fino alla storia patetica che occupa per sei mesi l’ultima pagina del quotidiano. Non me ne vergogno più oggi. Al contrario. Vi confesso che quell’epoca è probabilmente quella della mia vita che ricorderò con più tenerezza, persino con nostalgia. Certamente, in quel momento, non mi vantavo delle mie opere che firmavo con sedici diversi pseudonimi. E avevo bisogno, per camminare a testa alta, di ripetermi che Balzac e alcuni altri avevano iniziato allo stesso modo. La modestia ci viene solo con l’età ed è probabilmente giusto che sia così.

Ero un fabbricante, un artigiano. Come un artigiano, passavo ogni settimana a prendere le ordinazioni presso quegli industriali che sono gli editori di romanzi popolari. E come un artigiano, finivo per calcolare la mia tariffa secondo il rendimento orario.

«Ecco, mi dicevo, posso, a macchina, scrivere ottanta pagine al giorno lavorando otto ore. Ossia tre giorni per un romanzo d’avventura di diecimila righe, a millecinquecento franchi, sei giorni per un romanzo d’amore di ventimila righe a tremila franchi...».

E programmavo il mio bilancio. Con tot migliaia di righe all’anno, ossia tot ore di lavoro, mi potevo fare la macchina. Superate le tot ore, era la barca di cui avevo una voglia pazza, la crociera, le strade del mondo si aprivano per me.

Questo è uno degli aspetti della questione. Volevo vivere, capite. Non per me, per semplice appetito di vita, ma perchè mi rendevo conto che solo ciò che si è vissuto in prima persona può essere trasmesso agli altri mediante la letteratura. Dovevo conoscere il mondo in tutti i modi, orizzontalmente e verticalmente, intendo conoscerlo nella sua estensione, prendere contatto con i paesi e le razze, con i climi e i costumi, ma anche penetrarlo verticalmente, ossia avere accesso ai vari strati sociali, essere a mio agio tanto in una piccola osteria di pescatori che in una fiera del bestiame o nel salotto di un banchiere.

E, a proposito di banchieri, permettetemi di ricordare un motto – forse abbastanza ingenuo anch’esso – che dicevo in quell’epoca:

«Non troverete banchieri nei miei libri che quando avrò preso l’uovo à la coque della mattina con uno di loro».

Vivere, lo ripeto, vivere intensamente.

Vivere per, più tardi, impastare altra vita.

Vivere per raccontare delle storie.