Amanda e il mistero dei cani scomparsi

Rory Cappelli

Amanda e il mistero dei cani scomparsi

Scriptori 9
Uscito il 02/2013
128 pagine
Isbn: 9788875272326
Aree: Narrativa, Varia

 


 


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Cari amici,
Le prime 30 persone che acquisteranno Amanda e il mistero dei cani scomparsi on line riceveranno in omaggio l’audiobook (edito da
Alfaudiobook) Mi manda Somerset. Il caso Benedetto, anch'esso scritto da Rory Cappelli.


 


Mi manda Somerset. Il caso Benedetto. Un Audiobook di Rory Cappelli
Un audioracconto che, ricco di situazioni ironiche e colpi di scena, conduce direttamente nell'incubo che ogni giorno vivono centinaia di donne, lo stalking. Con Amanda la sua socia Carla, lievemente sociopatica e abilissima con il computer, Giulio, giornalista di cui Amanda è forse innamorata e che forse è innamorato di lei. Suresh, fioraio di piazza Vittorio, Armando e Amalia con la loro libreria ristorante in piazza San Martino ai Monti e una serie di personaggi incastonati in una Roma di un blu cupo, screziato del proverbiale bianco tiepolesco del suo cielo. Voce di Nadia Perciabosco.


 


Amanda e il mistero dei cani scomparsi. Un libro di Rory Cappelli
Cosa lega il cane meticcio Sorbole a Shaky, un bracco tedesco dal rilucente pedigree, al gatto sordo Bianchino o ai felini randagi delle periferie della Capitale? Sono tutti animali scomparsi nel nulla, senza lasciare traccia. Un nuovo caso per l’investigatrice Amanda Sommers, tanto grassa quanto sexy, e per la sua agenzia di squinternati.
Aiutata da un giornalista di cui forse è innamorata e dalla fidata Carla, collaboratrice lievemente sociopatica e genio del computer, Amanda, ironica e tagliente, si avventura nell’infernale universo del traffico di animali. Riesce a salvare cani usati come corrieri per i narcotraffici, gatti pronti a diventare pelliccia, cuccioli che stanno per essere vivisezionati. In tutto questo, una frotta di personaggi irresistibili, incluso il pitone reale Alex Casanova. Sullo sfondo, una Roma nascosta, parallela a quella della politica, della moda e dei turisti. La Roma vera dei quartieri che la fanno vivere, ognuno con la sua peculiarità e la sua anima.


 


Rory Cappelli, giornalista di la Repubblica, ha vissuto tra Firenze, Roma e Milano. I dieci anni passati in giro per il mondo per Viaggi di Repubblica, vincendo diversi premi giornalistici, l’hanno portata a confrontarsi con varie forme d’arte, dalla fotografia alla pittura, fino alla scrittura. Ha esordito nella narrativa con Pier Vittorio Tondelli.


 


Una recensione di Carmen Greco


Lievemente sociopatica e genio del computer, Alfio, ex geniere militare fedele fino alla morte, Angelica, prostituta nigeriana salvata dalla strada, e Fernanda, la cuoca-bibliofila, studiosa raffinatissima che ha fatto anche ricerce al Monastero dei Benedettini di Catania, per scovare le ricette dell’antica tradizione siciliana da “ammannire” ad Amanda. Lei, Amanda è “pedagogica”, per autodefinizione: costringe gli aguzzini a subire ciò che loro fanno provare alle vittime. Ironica e decisa, chiede alla sarta di farle su misura (per i suoi 90 chili) i modelli di Armani e Dolce&Gabbana, si fa confezionare scarpe supergriffate con il tacco rinforzato. Il suo fiuto investigativo la porta a scoprire i responsabili di un traffico di cani usati come corrieri della droga, di gatti destinati a diventare pelliccia, di cuccioli che stanno per essere vivisezionati. Il tutto, raccontato con ritmo veloce e accattivante sullo sfondo di una Roma multietnica (il quartiere Esquilino) e per certi versi misteriosa, quanto di più lontana dalla caput mundi da cartolina. Una storia che si snoda nell’arco di una settimana e che, attraverso la lettura, si riesce anche a “vedere”, proprio come in una fiction. E, infatti, nel futuro di Amanda Sommers c’è la possibilità di una trasposizione sul piccolo schermo. Amanda come Montalbano?


 Carmen Greco, "La Sicilia" del 22 aprile 2013


Un giallo della narrativa animalista tagliente e ironico, servizio Ansa di Giulia Pelosi sul libro di Rory Cappelli


La detective paffutella eroina di un giallo animalista di Valerio Mammone su "Rsera" del 13 agosto 2013


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Il grande Simenon
04/09/2014 -

Cari amici,
leggendo "L'età del romanzo" di Georges Simenon, siamo stati colpiti dal seguente brano. E abbiamo deciso di condividerlo con voi:

 

Rivedo Colette, la grande Colette, che allora era direttrice letteraria del Martin, e alla quale portai i miei primi racconti.

«Vedi, ragazzo mio, è troppo letterario, veramente troppo letterario».

Adorabile Colette che ha trovato questo meraviglioso eufemismo! Letterario, significava che era pretenzioso, insopportabilmente pretenzioso.

Avevo l’ambizione, insomma, di racchiudere il mondo ancora palpitante in un racconto di una colonna e mezza e sarei stato indignato se mi avessero fatto notare che il pubblico chiedeva semplicemente che gli si raccontasse una storia. Una storia, figuratevi! Abbassarmi a raccontare una storia! Mentre avevo un universo in me ed era quell’universo che volevo esprimere!

Tornavo ogni settimana al Martin con nuovi racconti, e Colette non si stancava.

«Ancora troppo letterario, ragazzo mio... Occorre mettersi alla portata del pubblico... Un giornale si legge nell’autobus, nella metropolitana... Il lettore non ha tempo per digerire la grande letteratura...».

Recentemente ho ritrovato, in un dossier che recava la scritta “Rifiutati”, i racconti che avevo l’incoscienza di sottoporre a quella donna meravigliosa e solo in quel momento ho capito quanto era stata meravigliosa.

E poi il miracolo è avvenuto: ho finito per capire. Ci ho impiegato mesi e mesi.

«Ancora un po’ troppo letteratura, ragazzo mio... una storia! Racconta semplicemente una storia... Il resto verrà in sovrappiù...».

Il giorno in cui ho capito, ho smesso di andare al Martin perché mi vergognavo, e ho rivisto Colette, da amica, solo molti anni dopo. Dovevo imparare a raccontare una storia.

 

Quell’apprendistato è durato dieci anni e non sono affatto sicuro che a quest’ora sia del tutto concluso.

Raccontare storie, cioè vite di uomini... In altri termini, fare rivivere degli uomini, racchiudere quanto possibile di umano nelle duecento o cinquecento pagine di un libro... Più invecchio, più scrivo, e più mi rendo conto di quanto ciò sia presuntuoso. Così presuntuoso che ho trovato solo una parola – non scambiatele assolutamente per un blasfemo – solo una parola, dicevo, per esprimere il mio pensiero:

«Il romanziere perfetto dovrebbe essere una sorta di Padre Eterno...».

Creare degli uomini... portare di peso un mondo... Un personaggio di Balzac, di Dickens, di Poe, di Dostoevskij non è forse reale quanto quelli che si incontrano per strada?

Non vi è forse meglio nota Madame Bovary della più intima delle vostre amiche?

E tuttavia Colette mi diceva:

«Soprattuto niente letteratura!».

E aveva ragione.

Raccontare una storia, innanzitutto, semplicemente, con l’applicazione dell’ebanista davanti al banco di lavoro. Il miracolo sarebbe avvenuto oppure no, il resto mi sarebbe stato dato oppure no in sovrappiù. Ero così umile, all’improvviso, dopo essere stato così orgoglioso, che scelsi per raccontare le mie storie, la gente più semplice.

Una mattina comprai in edicola tutto ciò che potei trovare quanto a romanzi popolari, romanzi d’appendice a buon mercato. Ne esisteva in quell’epoca una quantità incredibile, e di tutti i tipi. C’era il romanzo per la sartina e il romanzo per la dattilografa, il dramma spaventoso per le portinaie e le storie all’acqua di rosa per le giovani pallide. C’erano anche i romanzi d’avventura per ragazzini, le storie d’Indiani, di bucanieri o di pirati, i banditi senza scrupoli e i ladri gentiluomini. Scoprivo una vera industria con un numero considerevole di prodotti ben determinati, standardizzati, come diremmo oggi, dal piccolo periodico di poche pagine, da venticinque centesimi, fino al grosso romanzo popolare, dalle righe fitte, stampato su carta ruvida, da un franco e novantacinque.

Questa gamma di prodotti, imparai a fabbricarla cominciando dal più umile, il romanzo che la sartina si mette in borsetta e che la fa piangere, fino alla storia patetica che occupa per sei mesi l’ultima pagina del quotidiano. Non me ne vergogno più oggi. Al contrario. Vi confesso che quell’epoca è probabilmente quella della mia vita che ricorderò con più tenerezza, persino con nostalgia. Certamente, in quel momento, non mi vantavo delle mie opere che firmavo con sedici diversi pseudonimi. E avevo bisogno, per camminare a testa alta, di ripetermi che Balzac e alcuni altri avevano iniziato allo stesso modo. La modestia ci viene solo con l’età ed è probabilmente giusto che sia così.

Ero un fabbricante, un artigiano. Come un artigiano, passavo ogni settimana a prendere le ordinazioni presso quegli industriali che sono gli editori di romanzi popolari. E come un artigiano, finivo per calcolare la mia tariffa secondo il rendimento orario.

«Ecco, mi dicevo, posso, a macchina, scrivere ottanta pagine al giorno lavorando otto ore. Ossia tre giorni per un romanzo d’avventura di diecimila righe, a millecinquecento franchi, sei giorni per un romanzo d’amore di ventimila righe a tremila franchi...».

E programmavo il mio bilancio. Con tot migliaia di righe all’anno, ossia tot ore di lavoro, mi potevo fare la macchina. Superate le tot ore, era la barca di cui avevo una voglia pazza, la crociera, le strade del mondo si aprivano per me.

Questo è uno degli aspetti della questione. Volevo vivere, capite. Non per me, per semplice appetito di vita, ma perchè mi rendevo conto che solo ciò che si è vissuto in prima persona può essere trasmesso agli altri mediante la letteratura. Dovevo conoscere il mondo in tutti i modi, orizzontalmente e verticalmente, intendo conoscerlo nella sua estensione, prendere contatto con i paesi e le razze, con i climi e i costumi, ma anche penetrarlo verticalmente, ossia avere accesso ai vari strati sociali, essere a mio agio tanto in una piccola osteria di pescatori che in una fiera del bestiame o nel salotto di un banchiere.

E, a proposito di banchieri, permettetemi di ricordare un motto – forse abbastanza ingenuo anch’esso – che dicevo in quell’epoca:

«Non troverete banchieri nei miei libri che quando avrò preso l’uovo à la coque della mattina con uno di loro».

Vivere, lo ripeto, vivere intensamente.

Vivere per, più tardi, impastare altra vita.

Vivere per raccontare delle storie.