Girare un film vol. 2

Michael Rabiger
A cura di Dino Audino, Giovanna Guidoni

Girare un film vol. 2

Manuale pratico di regia: dalla recitazione alle riprese e al montaggio


Manuali di script 55/2
Uscito il 04/2006
240 pagine
Isbn: 978-88-7527-001-8
Aree: Cinema
Keyword: Regia

 


 


 


 


Nella sua essenza girare un film consiste nel fare le riprese, ma il cinema non è un semplice atto fotografico. È il processo complessivo, produttivo e artistico, che consiste nel partire da una storia e - attraverso azioni, sottotesto emotivo, tono, colori, scenari e atmosfere - renderla in termini visivi. Questo libro, assolutamente straordinario per la mole di esperienze, consigli e conoscenze che trasmette, segue passo dopo passo ogni fase del lavoro di chi ha deciso di girare un film, sia corto che lungo. Frutto di un lavoro didattico ventennale con studenti di cinema inglesi e americani, il libro spiega i fondamenti della regia attraverso esempi pratici e centinaia di esercizi che non si limitano alla fase delle riprese ma partono dall'ideazione per arrivare al montaggio e alla postproduzione del film. Il tutto approfondendo con un movimento a spirale un concetto di base: fare un film è molto di più che espreimere la propria creatività raccontando una storia per immagini. È partire dalla mente e dal cuore del narratore percoinvolgere il cuore e la mente dello spettatore.


Michael Rabiger ha lavorato a lungo come montatore negli Studios di Pinewood a Londra e come documentarista per la BBC. Per anni ha insegnato regia, è stato preside e ha insegnato al Film/Video Department al Columbia College Chicago e alla Tisch School of Arts della New York University.


Leggi la recensione di "cinematografo.it": recensione

Indice


Parte Quinta: La preproduzione; Capitolo Diciassettesimo: Interpretare la sceneggiatura; Capitolo Diciottesimo: Il casting; Capitolo Diciannovesimo: Dirigere gli attori; Capitolo Ventesimo: I problemi degli attori; Capitolo Ventunesimo: Imparare a improvvisare; Capitolo Ventiduesimo: Esercizi di recitazione con un testo; Capitolo Ventitreesimo: Le prove e la preparazione del cast; Capitolo Ventiquattresimo: Il regista e l'attore preparano la scena; Capitolo Venticinquesimo: Le prove generali e la pianificazione della copertura della scena con le inquadrature; Capitolo Ventiseiesimo: La scenografia; Capitolo Ventisettesimo: La riunione di produzione;


Parte Sesta: La produzione; Capitolo Ventottesimo: Formare una troupe; Capitolo Ventinovesimo: La messa in scena; Capitolo Trentesimo: Analisi del copione; Capitolo Trentunesimo: Prima di iniziare a girare; Capitolo Trentaduesimo: Si gira; Capitolo Trentatreesimo: La presa diretta; Capitolo Trentaquattresimo: La continuity e la segretaria di edizione; Capitolo Trentacinquesimo: Dirigere gli attori; Capitolo Trentaseiesimo: Dirigere la troupe; Capitolo Trentasettesimo: La verifica dei progressi;


Parte Settima: Postproduzione; Capitolo Trentottesimo: La preparazione al montaggio; Capitolo Trentanovesimo: Montaggio preliminare; Capitolo Quarantesimo: Nozioni di montaggio; Capitolo Quarantunesimo: L'importanza dell'analisi e del confronto; Capitolo Quarantaduesimo: Lavorare con il compositore; Capitolo Quarantatreesimo: Dal montaggio finale al missaggio sonoro; Capitolo Quarantaquattresimo: Titoli e ringraziamenti; Per concludere.


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04/09/2014 -

Cari amici,
leggendo "L'età del romanzo" di Georges Simenon, siamo stati colpiti dal seguente brano. E abbiamo deciso di condividerlo con voi:

 

Rivedo Colette, la grande Colette, che allora era direttrice letteraria del Martin, e alla quale portai i miei primi racconti.

«Vedi, ragazzo mio, è troppo letterario, veramente troppo letterario».

Adorabile Colette che ha trovato questo meraviglioso eufemismo! Letterario, significava che era pretenzioso, insopportabilmente pretenzioso.

Avevo l’ambizione, insomma, di racchiudere il mondo ancora palpitante in un racconto di una colonna e mezza e sarei stato indignato se mi avessero fatto notare che il pubblico chiedeva semplicemente che gli si raccontasse una storia. Una storia, figuratevi! Abbassarmi a raccontare una storia! Mentre avevo un universo in me ed era quell’universo che volevo esprimere!

Tornavo ogni settimana al Martin con nuovi racconti, e Colette non si stancava.

«Ancora troppo letterario, ragazzo mio... Occorre mettersi alla portata del pubblico... Un giornale si legge nell’autobus, nella metropolitana... Il lettore non ha tempo per digerire la grande letteratura...».

Recentemente ho ritrovato, in un dossier che recava la scritta “Rifiutati”, i racconti che avevo l’incoscienza di sottoporre a quella donna meravigliosa e solo in quel momento ho capito quanto era stata meravigliosa.

E poi il miracolo è avvenuto: ho finito per capire. Ci ho impiegato mesi e mesi.

«Ancora un po’ troppo letteratura, ragazzo mio... una storia! Racconta semplicemente una storia... Il resto verrà in sovrappiù...».

Il giorno in cui ho capito, ho smesso di andare al Martin perché mi vergognavo, e ho rivisto Colette, da amica, solo molti anni dopo. Dovevo imparare a raccontare una storia.

 

Quell’apprendistato è durato dieci anni e non sono affatto sicuro che a quest’ora sia del tutto concluso.

Raccontare storie, cioè vite di uomini... In altri termini, fare rivivere degli uomini, racchiudere quanto possibile di umano nelle duecento o cinquecento pagine di un libro... Più invecchio, più scrivo, e più mi rendo conto di quanto ciò sia presuntuoso. Così presuntuoso che ho trovato solo una parola – non scambiatele assolutamente per un blasfemo – solo una parola, dicevo, per esprimere il mio pensiero:

«Il romanziere perfetto dovrebbe essere una sorta di Padre Eterno...».

Creare degli uomini... portare di peso un mondo... Un personaggio di Balzac, di Dickens, di Poe, di Dostoevskij non è forse reale quanto quelli che si incontrano per strada?

Non vi è forse meglio nota Madame Bovary della più intima delle vostre amiche?

E tuttavia Colette mi diceva:

«Soprattuto niente letteratura!».

E aveva ragione.

Raccontare una storia, innanzitutto, semplicemente, con l’applicazione dell’ebanista davanti al banco di lavoro. Il miracolo sarebbe avvenuto oppure no, il resto mi sarebbe stato dato oppure no in sovrappiù. Ero così umile, all’improvviso, dopo essere stato così orgoglioso, che scelsi per raccontare le mie storie, la gente più semplice.

Una mattina comprai in edicola tutto ciò che potei trovare quanto a romanzi popolari, romanzi d’appendice a buon mercato. Ne esisteva in quell’epoca una quantità incredibile, e di tutti i tipi. C’era il romanzo per la sartina e il romanzo per la dattilografa, il dramma spaventoso per le portinaie e le storie all’acqua di rosa per le giovani pallide. C’erano anche i romanzi d’avventura per ragazzini, le storie d’Indiani, di bucanieri o di pirati, i banditi senza scrupoli e i ladri gentiluomini. Scoprivo una vera industria con un numero considerevole di prodotti ben determinati, standardizzati, come diremmo oggi, dal piccolo periodico di poche pagine, da venticinque centesimi, fino al grosso romanzo popolare, dalle righe fitte, stampato su carta ruvida, da un franco e novantacinque.

Questa gamma di prodotti, imparai a fabbricarla cominciando dal più umile, il romanzo che la sartina si mette in borsetta e che la fa piangere, fino alla storia patetica che occupa per sei mesi l’ultima pagina del quotidiano. Non me ne vergogno più oggi. Al contrario. Vi confesso che quell’epoca è probabilmente quella della mia vita che ricorderò con più tenerezza, persino con nostalgia. Certamente, in quel momento, non mi vantavo delle mie opere che firmavo con sedici diversi pseudonimi. E avevo bisogno, per camminare a testa alta, di ripetermi che Balzac e alcuni altri avevano iniziato allo stesso modo. La modestia ci viene solo con l’età ed è probabilmente giusto che sia così.

Ero un fabbricante, un artigiano. Come un artigiano, passavo ogni settimana a prendere le ordinazioni presso quegli industriali che sono gli editori di romanzi popolari. E come un artigiano, finivo per calcolare la mia tariffa secondo il rendimento orario.

«Ecco, mi dicevo, posso, a macchina, scrivere ottanta pagine al giorno lavorando otto ore. Ossia tre giorni per un romanzo d’avventura di diecimila righe, a millecinquecento franchi, sei giorni per un romanzo d’amore di ventimila righe a tremila franchi...».

E programmavo il mio bilancio. Con tot migliaia di righe all’anno, ossia tot ore di lavoro, mi potevo fare la macchina. Superate le tot ore, era la barca di cui avevo una voglia pazza, la crociera, le strade del mondo si aprivano per me.

Questo è uno degli aspetti della questione. Volevo vivere, capite. Non per me, per semplice appetito di vita, ma perchè mi rendevo conto che solo ciò che si è vissuto in prima persona può essere trasmesso agli altri mediante la letteratura. Dovevo conoscere il mondo in tutti i modi, orizzontalmente e verticalmente, intendo conoscerlo nella sua estensione, prendere contatto con i paesi e le razze, con i climi e i costumi, ma anche penetrarlo verticalmente, ossia avere accesso ai vari strati sociali, essere a mio agio tanto in una piccola osteria di pescatori che in una fiera del bestiame o nel salotto di un banchiere.

E, a proposito di banchieri, permettetemi di ricordare un motto – forse abbastanza ingenuo anch’esso – che dicevo in quell’epoca:

«Non troverete banchieri nei miei libri che quando avrò preso l’uovo à la coque della mattina con uno di loro».

Vivere, lo ripeto, vivere intensamente.

Vivere per, più tardi, impastare altra vita.

Vivere per raccontare delle storie.