Scrivere il memoir

Claudia Masia

Scrivere il memoir

Come utilizzare i ricordi per scrivere di sé stessi con autenticità


Manuali di script 131
Uscito il 06/2010
136 pagine
Isbn: 978-88-7527-088-9
Aree: Varia

 


 


 


 


 


Ma cos’è il memoir? Se si scrive della propria vita perché non chiamarlo semplicemente autobiografia? Questo è il punto da chiarire: l’autobiografia deve rispettare gli eventi, deve ricostruire i fatti, e quindi esige un riscontro oggettivo tra realtà e scrittura. Per il memoir non è così. Perché la memoria, più che ai ricordi reali, è legata all’emozione vissuta e dunque ciò che conta è la verità emotiva, non la verità fattuale. Scardinare la verità oggettiva e usare la memoria emotiva permette di muoversi avanti e indietro nel proprio tempo interiore, per creare legami e associazioni spontanee che ricostruiscono gli eventi non nella loro esattezza storica, ma per ciò che hanno significato. Come è stato scritto, se l’autobiografia è legata alla verità, il memoir lo è all’autenticità. Il libro di Claudia Masia, però, non teorizza nulla al riguardo, ma attraverso tanti esempi di memoir d’autore e soprattutto di gente comune – tratti dalle attività laboratoriali portate avanti negli anni con decine e decine di persone diverse – e i numerosi esercizi proposti ci guida verso l’acquisizione di questo genere letterario capace di arrivare a risultati straordinari ed emozionanti. Tanto che più di un’autrice sostiene che alla fine del processo di scrittura del memoir si ottengono due risultati: uno, non secondario, che è scrivere meglio e volentieri, e uno principale: si guariscono le proprie ferite interiori. 


Claudia Masia, laureata in Lettere con perfezionamento in Educazione Interculturale e Master in Filosofia, attualmente vive e lavora a Roma come docente di Linguistica Italiana. È giornalista pubblicista, autrice di testi didattici per corsi di lingue on line e insegnante di Scrittura Creativa Memoir.


Dicono del libro


La recensione di Psychologies (di Giovanna Caldara)


Lintervista a Claudia Masia di Grazia (di Marika Surace)


Larticolo del Quotidiano della Basilicata (di Franesca Onesti)


Lintervista a Claudia Masia di mondoraro.org (di Alessia Mocci)



Indice


CONCORSO LETTERARIO "SCRIVERE IL MEMOIR"
La Dino Audino editore indice la seconda edizione del concorso letterario Scrivere il memoir per la selezione di dieci racconti di genere memoir da pubblicare gratuitamente in un'antologia. Lo scopo è la diffusione e la conoscenza del genere letterario memoir, in concomitanza con l'uscita in tutte le librerie dell’antologia Dieci memoir, selezione dei racconti vincitori della prima edizione del concorso Scrivere il memoir.


Regolamento del concorso letterario “Scrivere il memoir”
Art. 1 Scopo della manifestazione
. La Dino Audino editore indice la seconda edizione del concorso letterario Scrivere il memoir per la selezione di dieci racconti di genere memoir da pubblicare gratuitamente in un’antologia. Lo scopo è la diffusione e la conoscenza del genere letterario memoir.
Art. 2 Modalità di partecipazione
. Per partecipare è necessario inviare in triplice copia e in forma anonima uno o più racconti in lingua italiana (non importa la nazione d’origine e/o la residenza) della lunghezza massima di 30000 battute (spazi inclusi) entro il 9 gennaio 2012 (farà fede il timbro postale) all’indirizzo


Dino Audino editore
Concorso Scrivere il memoir
via di Monte Brianzo, 91
00186 – ROMA


Pena l’esclusione, i racconti dovranno essere inediti e, come previsto dal genere memoir, narrare fatti realmente accaduti e vissuti in prima persona, rispettando il principio di coincidenza tra autore, narratore e personaggio principale della storia. Nel racconto non potrà esserci finzione.Le tecniche di scrittura dovranno essere quelle proprie del genere memoir.
I fogli dovranno essere numerati e rilegati. Al racconto dovrà essere allegata la scheda di partecipazione originale, conservata a parte in una busta sigillata, contenente i dati relativi all’autore e all’opera. Insieme alla scheda di partecipazione si dovrà inserire nella busta sigillata una nota biografica di 10 righe. È fondamentale indicare il titolo sia sul racconto sia nella scheda di partecipazione per permettere l’individuazione dell’autore, dopo le selezioni. La busta sigillata, senza alcun segno di riconoscimento, dovrà essere inclusa nello stesso plico insieme al racconto. La scheda di partecipazione è disponibile sull’ultima pagina del libro Scrivere il memoir di Claudia Masia e sull’antologia Dieci memoir, selezione dei racconti vincitori della passata edizione del concorso, entrambi editi da Dino Audino editore. La partecipazione al concorso è assolutamente gratuita. Sono esclusi dalla partecipazione alla seconda edizione del concorso Scrivere il memoir i vincitori della precedente edizione.
Art. 3 Svolgimento del concorso.
Giunti in redazione, i plichi saranno aperti dalla segreteria che conserverà separatamente la busta sigillata contenente la scheda di partecipazione e consegnerà alla Giuria i soli racconti. La selezione dei racconti avverrà entro marzo 2012. La pubblicazione entro l’estate dello stesso anno.
Art. 4 Giuria
. La giuria sarà composta dall’autrice del libro Scrivere il memoir Claudia Masia, dall’editore e da un redattore della rivista di sceneggiatura “Script”. Il giudizio della giuria è insindacabile.
Art. 5 Premio.
Il premio del concorso è la pubblicazione, in forma assolutamente gratuita, dei dieci racconti giudicati migliori dalla Giuria nella collana “Scriptori” in un’antologia edita da Dino Audino editore e distribuita in tutte le librerie da Messaggerie Italiane. I dieci premiati dovranno firmare la liberatoria per la cessione dei diritti relativa a questa sola edizione, restando proprietari dei diritti per altri scopi. Ogni autore dell’antologia ha diritto a due copie omaggio.
Art. 6 Comunicazioni.
Le comunicazioni con i partecipanti avverranno esclusivamente a mezzo email.
Art. 7 Paternità delle opere.
Gli autori devono essere nella piena titolarità dei diritti dell’opera (anche per la parte di eventuali coautori che non intendano partecipare). I diritti dell’opera devono risultare liberi da opzioni, cessioni totali e/o parziali a favore di terze parti . Gli autori restano responsabili della tutela della paternità delle opere presentate.
Art. 8 Accettazione del Bando.
Mediante la sottoscrizione della scheda di partecipazione e l’invio del racconto l’autore accetta tutto quanto previsto dal presente Bando di Concorso e le norme del relativo Regolamento ivi contenute. L’Autore rinuncia irrevocabilmente ad ogni pretesa e ad ogni azione, richiesta o rivalsa nei confronti degli Organizzatori del Concorso e della Giuria e di tutte le persone a qualsiasi titolo coinvolte nel concorso e li sollevano sin da ora da ogni responsabilità in merito. La mancata osservanza delle modalità di partecipazione o delle modalità di presentazione dei progetti, previste dal presente Bando e dal Regolamento, sarà considerata causa di esclusione dal Concorso.
Art. 9 Natura di concorso letterario.
Il Concorso Scrivere il memoir rientra nelle esenzioni di cui all’art. 6 D.P.R. 26 ottobre 2001, n. 430 (esenzione dalla applicazione della disciplina dei concorsi e delle operazioni a premio, nonché delle manifestazioni di sorte locali).


Per qualsiasi chiarimento è possibile scrivere a comunicazione@audinoeditore.it. Le mail contenenti questioni letterarie e dubbi relativi al genere memoir, saranno inoltrate a Claudia Masia che risponderà personalmente, a patto che nella mail non si faccia alcuna menzione del racconto che si intende inviare al concorso.


 


 


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04/09/2014 -

Cari amici,
leggendo "L'età del romanzo" di Georges Simenon, siamo stati colpiti dal seguente brano. E abbiamo deciso di condividerlo con voi:

 

Rivedo Colette, la grande Colette, che allora era direttrice letteraria del Martin, e alla quale portai i miei primi racconti.

«Vedi, ragazzo mio, è troppo letterario, veramente troppo letterario».

Adorabile Colette che ha trovato questo meraviglioso eufemismo! Letterario, significava che era pretenzioso, insopportabilmente pretenzioso.

Avevo l’ambizione, insomma, di racchiudere il mondo ancora palpitante in un racconto di una colonna e mezza e sarei stato indignato se mi avessero fatto notare che il pubblico chiedeva semplicemente che gli si raccontasse una storia. Una storia, figuratevi! Abbassarmi a raccontare una storia! Mentre avevo un universo in me ed era quell’universo che volevo esprimere!

Tornavo ogni settimana al Martin con nuovi racconti, e Colette non si stancava.

«Ancora troppo letterario, ragazzo mio... Occorre mettersi alla portata del pubblico... Un giornale si legge nell’autobus, nella metropolitana... Il lettore non ha tempo per digerire la grande letteratura...».

Recentemente ho ritrovato, in un dossier che recava la scritta “Rifiutati”, i racconti che avevo l’incoscienza di sottoporre a quella donna meravigliosa e solo in quel momento ho capito quanto era stata meravigliosa.

E poi il miracolo è avvenuto: ho finito per capire. Ci ho impiegato mesi e mesi.

«Ancora un po’ troppo letteratura, ragazzo mio... una storia! Racconta semplicemente una storia... Il resto verrà in sovrappiù...».

Il giorno in cui ho capito, ho smesso di andare al Martin perché mi vergognavo, e ho rivisto Colette, da amica, solo molti anni dopo. Dovevo imparare a raccontare una storia.

 

Quell’apprendistato è durato dieci anni e non sono affatto sicuro che a quest’ora sia del tutto concluso.

Raccontare storie, cioè vite di uomini... In altri termini, fare rivivere degli uomini, racchiudere quanto possibile di umano nelle duecento o cinquecento pagine di un libro... Più invecchio, più scrivo, e più mi rendo conto di quanto ciò sia presuntuoso. Così presuntuoso che ho trovato solo una parola – non scambiatele assolutamente per un blasfemo – solo una parola, dicevo, per esprimere il mio pensiero:

«Il romanziere perfetto dovrebbe essere una sorta di Padre Eterno...».

Creare degli uomini... portare di peso un mondo... Un personaggio di Balzac, di Dickens, di Poe, di Dostoevskij non è forse reale quanto quelli che si incontrano per strada?

Non vi è forse meglio nota Madame Bovary della più intima delle vostre amiche?

E tuttavia Colette mi diceva:

«Soprattuto niente letteratura!».

E aveva ragione.

Raccontare una storia, innanzitutto, semplicemente, con l’applicazione dell’ebanista davanti al banco di lavoro. Il miracolo sarebbe avvenuto oppure no, il resto mi sarebbe stato dato oppure no in sovrappiù. Ero così umile, all’improvviso, dopo essere stato così orgoglioso, che scelsi per raccontare le mie storie, la gente più semplice.

Una mattina comprai in edicola tutto ciò che potei trovare quanto a romanzi popolari, romanzi d’appendice a buon mercato. Ne esisteva in quell’epoca una quantità incredibile, e di tutti i tipi. C’era il romanzo per la sartina e il romanzo per la dattilografa, il dramma spaventoso per le portinaie e le storie all’acqua di rosa per le giovani pallide. C’erano anche i romanzi d’avventura per ragazzini, le storie d’Indiani, di bucanieri o di pirati, i banditi senza scrupoli e i ladri gentiluomini. Scoprivo una vera industria con un numero considerevole di prodotti ben determinati, standardizzati, come diremmo oggi, dal piccolo periodico di poche pagine, da venticinque centesimi, fino al grosso romanzo popolare, dalle righe fitte, stampato su carta ruvida, da un franco e novantacinque.

Questa gamma di prodotti, imparai a fabbricarla cominciando dal più umile, il romanzo che la sartina si mette in borsetta e che la fa piangere, fino alla storia patetica che occupa per sei mesi l’ultima pagina del quotidiano. Non me ne vergogno più oggi. Al contrario. Vi confesso che quell’epoca è probabilmente quella della mia vita che ricorderò con più tenerezza, persino con nostalgia. Certamente, in quel momento, non mi vantavo delle mie opere che firmavo con sedici diversi pseudonimi. E avevo bisogno, per camminare a testa alta, di ripetermi che Balzac e alcuni altri avevano iniziato allo stesso modo. La modestia ci viene solo con l’età ed è probabilmente giusto che sia così.

Ero un fabbricante, un artigiano. Come un artigiano, passavo ogni settimana a prendere le ordinazioni presso quegli industriali che sono gli editori di romanzi popolari. E come un artigiano, finivo per calcolare la mia tariffa secondo il rendimento orario.

«Ecco, mi dicevo, posso, a macchina, scrivere ottanta pagine al giorno lavorando otto ore. Ossia tre giorni per un romanzo d’avventura di diecimila righe, a millecinquecento franchi, sei giorni per un romanzo d’amore di ventimila righe a tremila franchi...».

E programmavo il mio bilancio. Con tot migliaia di righe all’anno, ossia tot ore di lavoro, mi potevo fare la macchina. Superate le tot ore, era la barca di cui avevo una voglia pazza, la crociera, le strade del mondo si aprivano per me.

Questo è uno degli aspetti della questione. Volevo vivere, capite. Non per me, per semplice appetito di vita, ma perchè mi rendevo conto che solo ciò che si è vissuto in prima persona può essere trasmesso agli altri mediante la letteratura. Dovevo conoscere il mondo in tutti i modi, orizzontalmente e verticalmente, intendo conoscerlo nella sua estensione, prendere contatto con i paesi e le razze, con i climi e i costumi, ma anche penetrarlo verticalmente, ossia avere accesso ai vari strati sociali, essere a mio agio tanto in una piccola osteria di pescatori che in una fiera del bestiame o nel salotto di un banchiere.

E, a proposito di banchieri, permettetemi di ricordare un motto – forse abbastanza ingenuo anch’esso – che dicevo in quell’epoca:

«Non troverete banchieri nei miei libri che quando avrò preso l’uovo à la coque della mattina con uno di loro».

Vivere, lo ripeto, vivere intensamente.

Vivere per, più tardi, impastare altra vita.

Vivere per raccontare delle storie.