La vita che vorrei

Lidia Ravera, Nichi Vendola

La vita che vorrei

Un confronto sul vissuto, la politica, il Paese che è stato e quello che potrebbe essere


La buona politica 2
Uscito il 12/2012
112 pagine
Isbn: 978-88-7527-218-0
Aree: Politica

 


 


 


 


 


Come governare una regione e come governare l’Italia, come fare dell’Europa un soggetto politico. Come dar conto che il mondo è due, le donne e gli uomini, come coniugare San Francesco d’Assisi con Giacomo Leopardi. Come scegliere la fraternità, come fare la rivoluzione senza spargere sangue, come ritrovare un senso collettivo, come nutrirsi del passato, vivere nel presente, lavorare per il futuro.
Guardare da vicino uno dei leader di cui più si parla, e provare a confrontarsi senza preconcetti, senza parti assegnate, senza cercare riparo nell’astrattezza del linguaggio politico o nella facile retorica delle buone intenzioni. Una conversazione senza rete, senza scorciatoie elettroniche, due corpi in una stanza, quattro occhi, due voci. Condividere uno spazio, guardarsi in faccia. Questo è un libro che parla di una possibile buona politica, un dialogo tra un politico che ama la narrazione e una narratrice che vuole indagare la politica.



Nicola Vendola, detto Nichi, deputato dal 1992 al 2005, è attualmente Presidente nazionale di Sinistra Ecologia Libertà. Nel 2010 è stato eletto per la seconda volta consecutiva Presidente della Regione Puglia.


Lidia Ravera è una scrittrice e una giornalista. Ha pubblicato più di venti romanzi, il primo è Porci con le ali, l’ultimo La guerra dei figli. Scrive su "il Fatto Quotidiano".

Indice


Introduzione


Primo incontro - Tabelle millesimali e immaginazione - La narrazione degli altri - La Storia e le storie - La rimozione del tempo - Terlizzi come Macondo - Il prete e il comunista - Il teatro delle buone relazioni - Liberismo e populismo - Tra riformismo e sociologia del dolore - Tra sinistra modernista e sinistra funeraria


Secondo incontro -  Volare abbracciati - Fango e giornali - Dio è leggero, pesante è la Chiesa - Il sarto di Ulm - Imparare dalle donne - Tenersi abbracciati - Ago e filo - Dalla civiltà dei parcheggi alla civiltà dei parchi - Liberare la rivoluzione - Far tesoro del dolore


 Terzo incontro -  Ricucire la sinistra - La sinistra della riduzione del danno - Fondamentalismi  -  Fame di futuro - Indulgenza -  Con le ossa rotte - Vivere come se Dio non esistesse - Tra Francesco d’Assisi e Giacomo da Recanati - Governo Monti e foto di Vasto


Quarto incontro -  Laboratorio Puglia -  Prevenzione civile - Disabili e normodotati - Poeti e politica - La Mecca-tronica - I peggiori calzini del mondo - Primati - Tu chi sei, acronimo? - Principi attivi - Il patto col diavolo -  La malattia come merce - Fidarsi è bello, ma... - ...non fidarsi è meglio - Il fidanzamento di Luca


Quinto incontro -  Furbi come serpenti, puri come colombe - Una sinistra non ornamentale - Un’Europa vulnerabile - Il liberismo è la malattia - Scegliere la fraternità


 Appendice -  La vita che vorrei


 


Dicono del libro


Vendola: ecco la mia classe dirigente, di Lello Parise, su Repubblica dell'11 dicembre 2012




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Di Lorenzo Hendel. Prefazione di Carlo Lucarelli
Strutture narrative e esperienze produttive per raccontare la realtà
18.00 €
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Di Ombretta De Biase
Manualetto di recitazione per giovani attori
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disponibile dal 18/9/2014
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Il grande Simenon
04/09/2014 -

Cari amici,
leggendo "L'età del romanzo" di Georges Simenon, siamo stati colpiti dal seguente brano. E abbiamo deciso di condividerlo con voi:

 

Rivedo Colette, la grande Colette, che allora era direttrice letteraria del Martin, e alla quale portai i miei primi racconti.

«Vedi, ragazzo mio, è troppo letterario, veramente troppo letterario».

Adorabile Colette che ha trovato questo meraviglioso eufemismo! Letterario, significava che era pretenzioso, insopportabilmente pretenzioso.

Avevo l’ambizione, insomma, di racchiudere il mondo ancora palpitante in un racconto di una colonna e mezza e sarei stato indignato se mi avessero fatto notare che il pubblico chiedeva semplicemente che gli si raccontasse una storia. Una storia, figuratevi! Abbassarmi a raccontare una storia! Mentre avevo un universo in me ed era quell’universo che volevo esprimere!

Tornavo ogni settimana al Martin con nuovi racconti, e Colette non si stancava.

«Ancora troppo letterario, ragazzo mio... Occorre mettersi alla portata del pubblico... Un giornale si legge nell’autobus, nella metropolitana... Il lettore non ha tempo per digerire la grande letteratura...».

Recentemente ho ritrovato, in un dossier che recava la scritta “Rifiutati”, i racconti che avevo l’incoscienza di sottoporre a quella donna meravigliosa e solo in quel momento ho capito quanto era stata meravigliosa.

E poi il miracolo è avvenuto: ho finito per capire. Ci ho impiegato mesi e mesi.

«Ancora un po’ troppo letteratura, ragazzo mio... una storia! Racconta semplicemente una storia... Il resto verrà in sovrappiù...».

Il giorno in cui ho capito, ho smesso di andare al Martin perché mi vergognavo, e ho rivisto Colette, da amica, solo molti anni dopo. Dovevo imparare a raccontare una storia.

 

Quell’apprendistato è durato dieci anni e non sono affatto sicuro che a quest’ora sia del tutto concluso.

Raccontare storie, cioè vite di uomini... In altri termini, fare rivivere degli uomini, racchiudere quanto possibile di umano nelle duecento o cinquecento pagine di un libro... Più invecchio, più scrivo, e più mi rendo conto di quanto ciò sia presuntuoso. Così presuntuoso che ho trovato solo una parola – non scambiatele assolutamente per un blasfemo – solo una parola, dicevo, per esprimere il mio pensiero:

«Il romanziere perfetto dovrebbe essere una sorta di Padre Eterno...».

Creare degli uomini... portare di peso un mondo... Un personaggio di Balzac, di Dickens, di Poe, di Dostoevskij non è forse reale quanto quelli che si incontrano per strada?

Non vi è forse meglio nota Madame Bovary della più intima delle vostre amiche?

E tuttavia Colette mi diceva:

«Soprattuto niente letteratura!».

E aveva ragione.

Raccontare una storia, innanzitutto, semplicemente, con l’applicazione dell’ebanista davanti al banco di lavoro. Il miracolo sarebbe avvenuto oppure no, il resto mi sarebbe stato dato oppure no in sovrappiù. Ero così umile, all’improvviso, dopo essere stato così orgoglioso, che scelsi per raccontare le mie storie, la gente più semplice.

Una mattina comprai in edicola tutto ciò che potei trovare quanto a romanzi popolari, romanzi d’appendice a buon mercato. Ne esisteva in quell’epoca una quantità incredibile, e di tutti i tipi. C’era il romanzo per la sartina e il romanzo per la dattilografa, il dramma spaventoso per le portinaie e le storie all’acqua di rosa per le giovani pallide. C’erano anche i romanzi d’avventura per ragazzini, le storie d’Indiani, di bucanieri o di pirati, i banditi senza scrupoli e i ladri gentiluomini. Scoprivo una vera industria con un numero considerevole di prodotti ben determinati, standardizzati, come diremmo oggi, dal piccolo periodico di poche pagine, da venticinque centesimi, fino al grosso romanzo popolare, dalle righe fitte, stampato su carta ruvida, da un franco e novantacinque.

Questa gamma di prodotti, imparai a fabbricarla cominciando dal più umile, il romanzo che la sartina si mette in borsetta e che la fa piangere, fino alla storia patetica che occupa per sei mesi l’ultima pagina del quotidiano. Non me ne vergogno più oggi. Al contrario. Vi confesso che quell’epoca è probabilmente quella della mia vita che ricorderò con più tenerezza, persino con nostalgia. Certamente, in quel momento, non mi vantavo delle mie opere che firmavo con sedici diversi pseudonimi. E avevo bisogno, per camminare a testa alta, di ripetermi che Balzac e alcuni altri avevano iniziato allo stesso modo. La modestia ci viene solo con l’età ed è probabilmente giusto che sia così.

Ero un fabbricante, un artigiano. Come un artigiano, passavo ogni settimana a prendere le ordinazioni presso quegli industriali che sono gli editori di romanzi popolari. E come un artigiano, finivo per calcolare la mia tariffa secondo il rendimento orario.

«Ecco, mi dicevo, posso, a macchina, scrivere ottanta pagine al giorno lavorando otto ore. Ossia tre giorni per un romanzo d’avventura di diecimila righe, a millecinquecento franchi, sei giorni per un romanzo d’amore di ventimila righe a tremila franchi...».

E programmavo il mio bilancio. Con tot migliaia di righe all’anno, ossia tot ore di lavoro, mi potevo fare la macchina. Superate le tot ore, era la barca di cui avevo una voglia pazza, la crociera, le strade del mondo si aprivano per me.

Questo è uno degli aspetti della questione. Volevo vivere, capite. Non per me, per semplice appetito di vita, ma perchè mi rendevo conto che solo ciò che si è vissuto in prima persona può essere trasmesso agli altri mediante la letteratura. Dovevo conoscere il mondo in tutti i modi, orizzontalmente e verticalmente, intendo conoscerlo nella sua estensione, prendere contatto con i paesi e le razze, con i climi e i costumi, ma anche penetrarlo verticalmente, ossia avere accesso ai vari strati sociali, essere a mio agio tanto in una piccola osteria di pescatori che in una fiera del bestiame o nel salotto di un banchiere.

E, a proposito di banchieri, permettetemi di ricordare un motto – forse abbastanza ingenuo anch’esso – che dicevo in quell’epoca:

«Non troverete banchieri nei miei libri che quando avrò preso l’uovo à la coque della mattina con uno di loro».

Vivere, lo ripeto, vivere intensamente.

Vivere per, più tardi, impastare altra vita.

Vivere per raccontare delle storie.