di Diego Novelli
Fiorenzo Alfieri, assessore al Comune di Torino, per molti anni con competenze diverse, ma rimasto nell'immaginario collettivo l'assessore alla Cultura per antonomasia, ha scritto un libro con Steve Della Casa, storico del cinema oggi presidente della Film Commission, dal suggestivo titolo: "La città che non c'era", riferito alla capitale subalpina.
È un libro originale: i due autori, anziché scrivere a quattro mani (alla Fruttero e Lucentini) senza mai permettere al lettore di distinguere le "mani", hanno scelto una forma originale scambiandosi e-mail indicando la paternità non solo delle domande e delle risposte ma delle opinioni dell'uno e dell'altro.
Il secondo pregio di questa pubblicazione (edita da Dino Audino) è rappresentato dalla constatazione di Alfieri, il quale scrive «sono molto stupito che le radicali novità amministrative introdotte(a partire dal 1975 con le Giunte Rosse, ndr) non siano state studiate scientificamente da politologi e sociologi: è strano, ed è un vero peccato».
Questo azzeccato rilievo è implicitamente rivolto al folto gruppo di docenti torinesi delle facoltà di scienze politiche, di storia contemporanea, di sociologia, i quali non solo personalmente non hanno avvertito questa necessità ma che dopo tanti anni non hanno mai affidato a qualche loro studente una tesi di laurea su questo tema. A quanto ci risulta, potremmo anche sbagliare, un tentativo mal riuscito è stato fatto da una "storica" allieva di Giovanni De Luna.
Ma veniamo al libro, naturalmente e oggettivamente autobiografico, costruito da Alfieri chiaramente sulla base della memoria che qualche volta può, sia pure in perfetta buonafede, giocare qualche scherzo con vuoti o addirittura abbagli.
Il mio grande amico e maestro Luigi Firpo mi ha insegnato che qualsiasi fatto storico narrato richiede il riscontro della carta scritta, il documento coevo al fatto stesso.
Salvo alcune lievi imprecisazioni, il lavoro di Alfieri è un onesto pezzo di storia relativo ad una stagione difficile per Torino: disordinata immigrazione, slabbramento del tessuto connettivo che fa di un ammasso di individui una comunità, terrorismo, inizio della deindustrializzazione a partire dalla Fiat.
È impressionante rileggere su queste pagine le iniziative promosse in quella stagione dalle Giunte Rosse, la fantasia e l'immaginazione messa in atto da una squadra di uomini e donne che svolgevano il loro lavoro a livello istituzionale, mossi da un concetto della politica ispirato dal bene comune e non dal tornaconto personale.
Giustamente Fiorenzo non si ferma agli anni Settanta ma va oltre seguendo il suo percorso di pubblico amministratore, senza deleterie nostalgie, senza faziosità nei confronto dei nuovi e vecchi avversari politici, mai considerati dei nemici.
Un bel libro, in sostanza, soprattutto utile per chi non ha conosciuto la storia di Torino di quegli anni e per rinfrescare la memoria a chi ha le cellule cerebrali deputate a questa funzione che si sono un po' rattrappite.
Clamoroso l'esempio, a questo riguardo, lo ha offerto "La Stampa" del 4 ottobre, che ha dedicato ben due pagine al libro di Alfieri e Della Casa. L'autore dell'articolo, Gabriele Ferraris già capocronista del "Giornale" e oggi responsabile di "Torino 7" fa partire «la storia del rinascimento di Torino», che avrebbe in trent'anni vissuto una metamorfosi, dal 1993.
Duemiladodici meno trenta più o meno dovrebbe fare 1982. Forse per al redattore de "La Stampa" ricordare gli anni delle Giunte Rosse fa venire l'orticaria.
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